| Profilo | |||||||
| Traduttrice dall’italiano all’inglese | Esperienza | Parole moleste | |||||
| Come scegliere un traduttore |
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Une plume verte Sono cresciuta in una cittadina dell’Oregon, Stati Uniti, dove tutti quelli che conoscevo parlavano solo e soltanto l’inglese. Quindi mi ci è voluto un po’ per rendermi conto che esistevano altre lingue. Trovando già sorprendente il fatto che altre persone avessero altre parole per dire le stesse cose, riuscivo a malapena a immaginare che le lingue straniere fossero tutt’altro che nuove parole con cui sostituire quelle inglesi. Verso la pubertà, l’età della presa di coscienza, cominciai a prendere lezioni di francese. Ricordo esattamente dove mi trovavo mentre l’insegnante spiegava che in francese gli aggettivi seguono i sostantivi e che “a green feather” diventa “une plume verte”. Per lo shock, la mia intera concezione della lingua cambiò per sempre. Ma quello era solo l’inizio. Ora, a qualche decennio di distanza, il fatto che le diverse lingue sono più che semplici insiemi di parole assemblate in modo diverso costituisce l’essenza del mio lavoro. Non solo parole diverse e grammatiche diverse. Ritmi diversi. E abitudini diverse. Oltre a dissentire su come si fa un buon piatto di pasta, sull’ora appropriata per prendere un caffè, su chi e quando è opportuno baciare sulle guance, italiani e americani non si trovano d’accordo neppure su cosa renda buoni una scrittura o un discorso a seconda dello scopo. Parte di questa etichetta viene assorbita inconsciamente, mentre altre abitudini sono infilate a forza nelle giovani teste, con la punta di molte penne rosse, da risoluti insegnanti d’inglese. Nella mia risuonano ancora le voci della professoressa Gauthier, del professor Davis e della professoressa Glasgow: fatevi venire un’idea, svolgetela, siate sintetici! Non ho mai frequentato le medie o le superiori in Italia, ma dopo nove anni di lavoro come traduttrice dall’italiano in inglese sono certa che questa precisa esortazione non viene impressa nel cervello dei giovani italiani. “Come si dice ‘bla bla bla’ nella tua lingua?” ha due risposte certe: “Dipende” o “Non si dice”. Purtroppo, nessuna delle due va bene quando ti pagano. Per fare un esempio, quando ci si accomiata da qualcuno che va al lavoro, o che sta lavorando, in italiano si dice “Buon lavoro!”. La speranza è che la persona possa trarre piacere dal suo lavoro e che tutto vada per il meglio. In inglese non esiste un’abitudine equivalente. Il traduttore, che sgobba sempre nel complesso regno di Re contesto, fa una scelta, magari usando parole di commiato diverse e più adatte [tipo “Grazie!” alla fine di un discorso rivolto a un gruppo di lavoratori] ed eliminando del tutto l’espressione, o spiegandola tra parentesi. Il contatto con la cultura italiana induce la maggior parte degli stranieri a baciare sulle guance, a dire “Ciao!” e a muovere su e giù le mani giunte in modo enfatico. Noi traduttori, che leggiamo in italiano ogni santo giorno, dobbiamo stare attenti a non far filtrare quello stile nell’inglese. Con il contributo dei miei fantastici colleghi, ho redatto un elenco molto generico con alcune abitudini diverse tra la scrittura italiana e quella inglese, per non dimenticare le differenze. Come nel caso delle “Parole moleste”, anche questo elenco va usato ricordando sempre che in traduzione ciò che realmente conta è il contesto, dall’inizio alla fine passando per quanto c’è nel mezzo. Questo contesto più ampio comprende il settore, i lettori e l’intento del documento. Le differenze che noto più facilmente riflettono la mia specializzazione in testi di marketing, articoli di riviste e saggi accademici.
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